Siamo qua.
Attorno c’è un casino pazzesco, nelle orecchie abbiamo
ancora il rumore di un girone d’andata scellerato, e negli occhi le sconfitte
degli ultimi mesi, quelle che arrivavano quando mancava solo un numero per
urlare alla Tombola, quelle che ci credevi fino alla fine, e poi Bam! La
mazzata tra capo e collo che stenderebbe un mulo.
Siamo qua.
Neppure una settimana dalla serata del PalaDelMauro. La
seconda vittoria appena in 7 anni di Serie A, al cospetto di Frates, di Banks,
di Gaines, di chiccazzovepare. Non sarebbe bastato un esercito a fermare
Ivanov. E Scott. E Moore. E Antonutti. E ognuno di quei ragazzi in canotta
bianconera e con un piede e mezzo nella bara.
Ci stanno provando, o se ci stanno provando, a mettere i chiodi su questa cazzo di bara. Una martellata, due martellate, cento martellate. E niente.
È come se qualcosa continuasse a spingere da dentro.
Ci stanno provando, o se ci stanno provando, a mettere i chiodi su questa cazzo di bara. Una martellata, due martellate, cento martellate. E niente.
È come se qualcosa continuasse a spingere da dentro.
"Non si chiude."
"Colpisci più forte."
"Non si chiude, spingono ancora."
"Riprova, è questione di tempo."
Siamo qua.
A pochi giorni dalla gara con Sassari.
Sassari. Accidenti.
Sono i vincitori della Coppa Italia, sono una squadra da Eurolega, e anche quest’anno vogliono arrivare in Finale. E noi? Noi siamo quelli che sono sul fondo della classifica da così tanto tempo che non ti ricordi neppure più com’è la classifica, perché non serve guardare oltre l’ultima riga, quando sei lì.
L’ennesima gara in cui non possiamo aspettarci nulla, perché la logica ti dice che è altamente improbabile che l’evento favorevole accada.
La ragione nicchia un po’, ma poi lo deve ammettere che il confronto è impietoso.
E al cuore, l’avete chiesto? Non commenta. Ferito in un angolo, cosa volete che vi dica?
Che si può vincere? Che ce la possiamo fare? Il cuore non conoscerà la ragione, ma mica è un pazzo suicida.
Forse.
Siamo qua.
Sassari. Accidenti.
Sono i vincitori della Coppa Italia, sono una squadra da Eurolega, e anche quest’anno vogliono arrivare in Finale. E noi? Noi siamo quelli che sono sul fondo della classifica da così tanto tempo che non ti ricordi neppure più com’è la classifica, perché non serve guardare oltre l’ultima riga, quando sei lì.
L’ennesima gara in cui non possiamo aspettarci nulla, perché la logica ti dice che è altamente improbabile che l’evento favorevole accada.
La ragione nicchia un po’, ma poi lo deve ammettere che il confronto è impietoso.
E al cuore, l’avete chiesto? Non commenta. Ferito in un angolo, cosa volete che vi dica?
Che si può vincere? Che ce la possiamo fare? Il cuore non conoscerà la ragione, ma mica è un pazzo suicida.
Forse.
Siamo qua.
Nonostante tutto, nonostante tutti. A tre giornate dalla
fine di questo maledettissimo campionato che sembrava volgere ad una lunga e
logorante agonia, e invece siamo ancora qua.
Quanto eravamo belli sulle gradinate irpine, duecento cuori, due colori ed un’unica, forte voce. Che ci si sentiva dal fondo dell’Inferno. E ora ci si sente dal fondo della bara.
Quanto eravamo belli sulle gradinate irpine, duecento cuori, due colori ed un’unica, forte voce. Che ci si sentiva dal fondo dell’Inferno. E ora ci si sente dal fondo della bara.
"Non si chiude."
"Colpisci ancora più forte."
"Spingono ancora più forte, signore."
E spingeremo ancora domenica, al Palamaggiò. Tutti insieme, dal fondo della bara.
E serviranno tutti, non duecento, non duemila. Tutti. Al Palamaggiò.
E spingeremo ancora domenica, al Palamaggiò. Tutti insieme, dal fondo della bara.
E serviranno tutti, non duecento, non duemila. Tutti. Al Palamaggiò.
"Non si chiude."
"E ora?"
"Niente."
Che facciamo, riapriamo?

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