mercoledì 21 agosto 2019

BOSSA NOVA E MOZZARELLA



“Meno male che la JuveCaserta l’ha preso, è un cestista forte e capace e sono convinto che a Caserta farà cose molto buone”. – Oscar Schmidt a proposito di Dimitri Sousa, sulle colonne de Il Mattino.

“Lo Sporting Club Juvecaserta Decò comunica di aver acquisito il diritto di tesseramento dell’atleta Dimitri Sousa”. Così inizia il comunicato del club bianconero che il 29 giugno di quest’anno ha reso noto l’arrivo dell’ala da Agrigento.

È stato il primo acquisto della JuveCaserta, il primo comunicato dopo la Waterloo con Nardò, nel silenzio assordante a cui ormai questa società ci ha abituato. È stato anche il primo ed unico giocatore proveniente dall’A2 ad accettare la Juve, quando ancora il nostro destino era la serie B.
È, soprattutto, il primo brasiliano ad essere tesserato dalla JuveCaserta dalla rinascita post-fallimento, il quarto carioca nella storia bianconera, dopo la meteora Chui (al secolo Marco Aurélio Pegolo dos Santos) nel 1996.

Dovessi elencarvi le prime tre cose che mi vengono in mente quando parlo di Brasile, sarebbero sicuramente Calcio, Bossa Nova e Oscar. 
Se la prima è universalmente riconosciuta, e la seconda rientra in quelle che sono pure preferenze personali in campo musicale, la terza è una risposta che mi qualifica chiaramente come casertano, e che collega indissolubilmente la piccola città all'ombra della Reggia al Paese sudamericano.

Se si può dire che Dimitri sia brasiliano di nascita, nato a San Paolo, da padre brasiliano e madre greca, non si può dire che lo sia la sua formazione cestistica. Arrivato in Italia a 14 anni, mettendo in valigia saudade e coraggio, ha deciso che il Basket sarebbe stato il suo futuro, e che l’Italia l’avrebbe aiutato in questo viaggio. Cresciuto tra Teramo e Siena, divenendo uno dei migliori prospetti della classe 1994, ha completato il suo percorso negli Stati Uniti, per affrontare i maestri di questo sport e maturare al College.

San Paolo è invece la città che, pur non avendogli dato i natali, ha formato cestisticamente altri due brasiliani bianconeri: Oscar Daniel Bezerra Schmidt e Marcel Ramon Ponikwar de Souza, prima compagni al Sirio, poi in Nazionale e infine a Caserta. Se di Oscar sappiamo tutto o quasi, Marcel de Souza è roba da vecchi cuori bianconeri (o da giovani vecchi dentro che si abbeverano di storie e aneddoti, tipo noi picchiacchielli di JCR).

Era brasiliano, era un medico, ma non era Socrates. Marcel è arrivato a Caserta nella peggiore delle circostanze, la tragedia di Mirza Delibasic (di cui vi abbiamo raccontato qui). 

È il primo anno di Serie A, serve uno straniero che faccia coppia con Oscar e serve in fretta. Moka Slavnic aveva già lasciato la città, e al brasiliano venne un’idea: suggerire il nome del vecchio amico a Tanjevic e Sarti. 

Marcel era però tutt'altro che uno sconosciuto, soprattutto per gli Italiani, che ancora avevano negli occhi quella finale per il Bronzo dei Mondiali del 1978 a Manila, dove dopo il canestro di Bonamico allo scadere e con la panchina azzurra già festante, il brasiliano infilò un canestro da centrocampo che significò bronzo per i carioca (con l'oro invece alla Jugoslavia di Slavnic e Delibasic). 

L’esordio di Marcel avviene in Coppa Korac, quando contro Edinburgo il Palamaggiò assiste al primo show interamente verdeoro della nostra storia: Oscar disse 33, Marcel 34. 

L’inizio di stagione non sarà stato all’altezza dell’esordio, ma il ventiseienne migliora di partita in partita, mano a mano che perfezionava la condizione fisica e la conoscenza del gioco europeo. L'annata del nazionale brasiliano fu impressionante, e la matricola terribile bianconera seminava il panico in Campionato come in Coppa Italia, almeno fino al giorno di Pasqua del 1984, quando sul parquet di Reggio Emilia, Marcel si fa male alla mano, e per un medico, oggi radiologo, come lui, fu chiara immediatamente l’entità dell’infortunio. 

Oscar trascina la JuveCaserta mentre è orfano dell’amico di sempre, e al rientro in campo ritrova la squadra in Finale di Coppa Italia e qualificata in Coppa delle Coppe, avendo eliminato in semifinale la Milano di Meneghin. 

La Finale con la Granarolo Bologna campione d’Italia non sorride ai bianconeri campani, che esordiscono in Serie A già lasciando intravedere quella che sarà la maledizione delle finali perse che la perseguiterà negli anni a venire.


Marcel de Souza e Oscar Schmidt partiranno poi insieme alla volta di Los Angeles per le Olimpiadi, con il Brasile assegnato allo stesso girone dell’Italia. I verdeoro finiranno il torneo al nono posto, mentre gli azzurri chiuderanno al quinto posto, dopo aver sconfitto l’Uruguay di Tato Lopez, altro sudamericano che da lì a poco sarebbe finito in maglia bianconera.
Nella stagione successiva, Caserta rinuncia a Marcel, che farà poi ritorno in Italia negli anni a seguire, entrando nella storia di Fabriano, mentre all’ombra della Reggia lo sostituirà Mike Davis, mettendo fine a quel duetto brasiliano che aveva fatto sognare il Palamaggiò come un duetto di Jobim ed Elis Regina.





Per la cronaca, Marcel fece ritorno in Italia qualche anno dopo, a Fabriano, dove divenne uno dei giocatori più amati di tutti i tempi nella città della Carta, mentre la figlia divenne la donna amata, e poi moglie, dell'ex Virtus Guillherme Giovannoni, ma questa è un'altra storia.
Marcel e Oscar si incrociarono quindi ancora, ma questa volta da avversari, anche in partite epiche, come quella del 1989 tra la Snaidero Caserta e l'Alno Fabriano, accuratamente raccontata da Marco Antonini per Radiogold.tv


Fonti: 
Superbasket;
Il Mattino;
"I Libri dei Giganti - Oscar" - De Simone.

martedì 7 maggio 2019

E VOI, COS’AVRESTE VOLUTO LEGGERE IL GIORNO DOPO?



    

      Piccolo test del giorno, ma prima di leggere ecco un' informazione importante: solo una delle seguenti risposte è stata davvero pubblicata.




      A. Nota della Società “Sporting Club Juvecaserta”


      La società Sporting Club Juvecaserta, alla luce dello sciagurato epilogo di questa stagione, culminato con l’uscita dai Playoff di categoria al primo turno, desidera ringraziare il nostro pubblico, caldo, appassionato e corretto, dalla prima all’ultima gara, cui avremmo voluto regalare ben altro finale di campionato. 


      Pertanto, convoca una conferenza stampa aperta a giornalisti e tifosi, sia per l’ovvia assunzione di responsabilità, sia per comunicare le prossime mosse della Società, facendo finalmente chiarezza su proprietà, gestione e supporto economico. 





      B.  CasertaCE, intervista al GM Nevola: “Tanti errori, la fretta di vincere è stata cattiva consigliera. Importante fare tesoro degli errori commessi”


"Abbiamo commesso degli errori nella costruzione della squadra" – esordisce così il dirigente bianconero, che nonostante l’ovvia amarezza del post-Nardò, non nasconde le proprie responsabilità. "Abbiamo provato a costruire la miglior formazione possibile, che fosse pronta proprio per giocare queste partite, con questo livello di agonismo e tensione. Evidentemente non siamo riusciti a mescolare al meglio gli ingredienti". 


"Un po’ gli infortuni, un po’ il via vai, dalla Coppa Italia in poi qualcosa si è inceppato, in una macchina che viaggiava fino ad allora a giri altissimi". 

Non è tutto da buttare però, secondo l’ex GM di Avellino. "Tanti errori, in quella che però comunque era una realtà nuova. Faremo tesoro di tutto, del buono e del brutto che ci resta da questa stagione, per affrontare la prossima nel migliore dei modi". 



C.     GoldWebTV, il Capitano su Instagram portavoce della squadra LEGGI QUI TI PREGO LEGGI HO BISOGNO DI VIEWS GRAZIE DIO BENEDICE TE!!1!

Momento duro per tutto il mondo bianconero. Tifosi, società, e ovviamente anche per i protagonisti in campo. Nonostante un primo silenzio in cui si è rifugiata la squadra nell’immediato post-partita, i giocatori bianconeri decidono di affrontare di petto la cocente delusione, e lo fanno con le parole del capitano, lasciate su Instagram con una foto che ritrae la squadra unita nel pre-partita di Gara-1. 



Biagio Sergio @biagiosergio



"Non ci sono parole per spiegare questo momento, prima da sportivi, poi da giocatori professionisti. Ci siamo fatti carico del desiderio di una città, siamo stati scelti per questo. Ma nello sport molto spesso le cose non vanno come previsto, per quanto tu possa volerlo. Abbiamo dato tutto in questa stagione, abbiamo fallito sul più bello. I tiri possono entrare o meno, i passaggi riuscire o meno, è questo il Basket. Non siamo riusciti a superare le difficoltà, e di questo dispiace. A me come ad ognuno dei miei compagni. Ma credetemi, non abbiamo mai smesso di lottare per questa maglia, fin dal primo giorno. 

Grazie a tutti voi, invece, che ci avete fatto arrivare dagli spalti del Palamaggiò tutto l’affetto ed il sostegno di cui siete capaci. #forzacaserta #palamaggiò"



D.     Il Mattino – ed. Caserta: Oldoini non si nasconde: “Tanti errori, è stato un fallimento. Il futuro? Deciderà la società”



Amarezza. Questo lo stato d’animo che aleggia un po’ ovunque all’ombra della Reggia. La sconfitta con Nardò, impronosticabile al momento degli abbinamenti, non colpisce solo per l’upset determinato dall’epicità dell’ottava classificata che elimina la prima della classe, ma anche per come questa è maturata, con due sconfitte perentorie, di cui una di ben 32 punti, tremendo contrappasso per chi ha dominato una stagione seminando trentelli a destra e manca. 

In questo psicodramma generale, il coach della Decò Caserta, Massimiliano Oldoini, ha deciso di non nascondersi e fare un passo avanti, assumendosi le sue responsabilità. 

"Inutile negarlo, è un fallimento. Nella Sala Stampa post-partita ero ancora profondamente turbato, non avevo realizzato, anche per questo forse non sono riuscito ad essere lucido, paragonando questa debacle alla Juventus di Cristiano Ronaldo con l’Ajax. A ripensarci mi sembra assurdo aver usato questa argomentazione, ma a ripensarci tutto questo mi sembra assurdo. 

Si dice che la vittoria ha molti padri, mentre la sconfitta nessuno. Ecco, io credo invece che anche in questa sconfitta abbiano giocato un ruolo molti fattori, non ultimo l’avversaria, dimostratasi una sorpresa, ma con solidissime possibilità di continuare a stupire. 

Tra i padri, non sarò io quello che si sottrarrà alle proprie responsabilità. Mi è stata data una missione, ed ho fallito. E chi mi conosce sa che lo dico davvero con le lacrime agli occhi. Sono legato a Caserta da un affetto profondo, e volevo regalarle un sogno”. 

Ci riproverà il prossimo anno? Qui il coach è ancora più perentorio, coerentemente ad un’intervista che è più un flusso di coscienza. “Caserta ci riproverà, senza dubbio, con me? Questo lo deciderà la società. L’unica cosa che posso fare dopo un epilogo del genere, è quello di rimettere nelle mani della dirigenza il mio mandato"



E.    JuveCaserta Report: “E VOI, COS’AVRESTE VOLUTO LEGGERE IL GIORNO DOPO?”



Tornate su al punto A. 







BONUS TRACK:


F.     Rai 3, CHI L’HA VISTO?: Puntata Speciale su Imprenditore nel settore dei rifiuti casertano e proprietario di una delle più blasonate squadre di Pallacanestro d'Italia, scomparso ormai da mesi.


mercoledì 5 luglio 2017

NEL NOME DEL PADRE



La Sala Stampa “Mimmo Mingione” del Palamaggiò è insolitamente silenziosa, nonostante sia come sempre piena. Il caldo è invece quello umido e insopportabile di inizio giugno a Pezza delle Noci, tra il Volturno e le colline di Castel Morrone. L’attesa è snervante, Pianigiani è già seduto da qualche minuto e rivolge un’ultima occhiata alle statistiche della gara, ma la sedia riservata al coach casertano è ancora vuota.
Non che ci sia molto da dire, ma per come è andata la serie, e per salutare degnamente un’annata straordinaria in casa bianconera, si attende avidamente che qualcuno dica qualcosa.
C’è nervosismo. 


Com’è normale che sia per una serie di Playoff decisa all’ultima azione di una gara 6 di raro agonismo, tanto rammarico, ma anche tanto orgoglio per i padroni di casa, che con la standing ovation del Palamaggiò gremito hanno festeggiato nel migliore dei modi la stagione che ha sancito il ritorno di Caserta alla normalità, lontana dalle paure che da anni affollavano le teste dei tifosi ogni Estate.Merito sicuramente del Patron Iavazzi, e finalmente anche Presidente, più motivato che mai a difendere questi colori, e ovviamente al mecenate che ha deciso di credere in questa realtà geograficamente molto vicina, ma molto lontana sportivamente parlando.
Oreste Vigorito è un uomo di calcio, e il Benevento è una terra che il pallone ama prenderlo a pedate, non certo accarezzarlo per accompagnarlo ad un anello a 3,05 m di altezza. Eppure quasi un anno fa, dall’insistenza di Iavazzi e la disponibilità del numero 1 degli “stregoni”, è nato quel progetto che già al primo anno ha ottenuto il primo risultato: restituire la JuveCaserta alla passione dei casertani, e viceversa.
Campagna abbonamenti iniziata in sordina ed esplosa poi grazie al ritorno del figliol prodigo, 3500 abbonati che più che volenterosi di supportare la Juve, sembravano pronti a fischiare al primo errore due degli uomini più odiati dalla tifoseria bianconera, che ora per uno scherzo del destino si ritrovavano dalla stessa parte. Uno in panca, l’altro in quintetto.
Coach Piero Bucchi aveva già assaggiato la sala stampa del Palamaggiò dopo una gara decisiva di Playoff, era il 2010 ed entrò sorridente dopo una non bellissima Gara-5 di Semifinale vinta contro la Juve di Sacripanti e di capitan Di Bella. 


Di Bella, ovvero un ex capitano di Milano ad una gara dal condannare l’Olimpia ad una delle più impensabili disfatte che la storia delle Scarpette Rosse possa ricordare - primo parallelismo in questa serata dolceamara nel Palazzo dei 100 giorni.

L’altro parallelismo, invece, riguarda proprio l’ex Coach di Brindisi e Pesaro.
Ecco, avere sul tuo passaporto sportivo i timbri di Napoli, Milano, Brindisi e Pesaro non ti pone in una facilissima situazione alla dogana casertana, e infatti la notizia del suo arrivo “per avvicinarsi a casa” aveva da subito incontrato l’ostracismo dei tifosi, organizzati e non. 


“Inadeguato”, “Bollito”, “C’ha più botox in viso che schemi contro la zona”. Questi i commenti più frequenti sui social e nei bar, oltre ai tanto banali quanto invitanti giochi di parole tra il cognome della guida tecnica bianconera – rinnovata in questi giorni con nuova scadenza giugno 2020 – e il termine che nell’uso comune sta ad indicare la fellatio.


Ultima esperienza: Pesaro, insultato, non voluto, maledetto, ripetute invocazioni pro Dell’Agnello e tanta, tanta diffidenza, eppure il paziente Piero ha chiuso la stagione in un crescendo rossiniano, fino ai Playoff contro Milano in uno scontro dal sapore tanto epico quanto antico.


Ecco, se sostituissimo il nome dell’attuale coach casertano, con quello di Sacripanti, le storie non solo si sovrapporrebbero alla perfezione, ma sarebbero anche un’evidente prova che il buon Vico non si sbagliava per niente con i suoi corsi e ricorsi della storia in un susseguirsi ciclico degli eventi.


(lastelladelsud.altervista.org)

Da ilota ad eroe, Bucchi entra in sala stampa esattamente come merita chi ha vinto contro gli avversari, i limiti propri e della squadra, e anche lo scetticismo dei suoi stessi tifosi: osannato.
Si siede, saluta l’avversario e senza pensarci due volte rompa il silenzio, ormai assordante, della Sala Stampa. 


Oggi abbiamo perso, e mi dispiace, ma francamente mi sento solo di ringraziare tutti, dalla società ai giocatori e ai tifosi. Grazie, perché quest’anno mi avete regalato emozioni che pensavo di non poter provare più. Quest’anno, mi avete aiutato a ritrovare la passione per questo meraviglioso sport”.

Pausa scenica. Raccoglie l’applauso. Riprende: “Detto questo, di percentuali e rimbalzi concessi non interessa a nessuno, e per non rubare altro tempo a voi tutti, lascerò la parola ad un ragazzo che ci teneva tanto, questa sera, ad avere la possibilità di parlare a tutti voi”. 


Lascia il microfono, sorpresa e concitazione iniziano a farsi largo tra tutti in un vocio crescente, ma l’ospite in questione compare già in sala, e prende posto.

Grazie Coach, volevo davvero essere qui. Non per la partita, non per la stagione, ma per dare il giusto saluto a tutti voi, a cui devo il più sentito dei ‘Grazie’ che abbia mai pronunciato in questi quasi 26 anni di vita”.

Alessandro è emozionatissimo, è evidente, eppure sembra avere il perfetto controllo dei pensieri e delle parole che scandisce con apparente tranquillità.

D’altronde, è relativo parlare di tranquillità quando dal primo giorno in maglia bianconera, ha scatenato il clamore generale, tra scetticismo e fiducia incondizionata, amore per un figliol prodigo e odio per chi in realtà non è mai stato davvero figlio di questa città. Gentile non ha mai nascosto il suo sentirsi maddalonese, non casertano, avendo indossato la canotta dell’Artus e mai quella bianconera. Lui che a Caserta poi, era già odiato e fischiato di default, come in quasi ogni palazzetto d’Italia, perché supponente, perché irritante, perché “ah se avesse la testa del padre”, “il fratello è meglio di lui”, “non merita niente perché antipatico”. Come se l’antipatia contasse più del talento sull’altare dello sport.
Dopo quel maledetto 2016/17, sembravano anche avere ragione, gli “haters”, come li definisce lui stesso, sacrificato per lavare le colpe di una delle più deludenti Milano di sempre, bruciato al Panathinaikos dove ha trovato gerarchie troppo rigide per far spazio al talento, e all’ego, dell’ex Olimpia, e poi Gerusalemme, proprio con Pianigiani, che a poco più di un anno di distanza ritrova seduto ora di fianco a lui, sornione, uscito vincitore dal catino infernale bianconero, con un biglietto per la Finale contro i vice-campioni in carica di Trento.

Ho scelto Caserta nel momento più difficile della mia carriera, e non certo perché mancassero le alternative. Mezza Europa, tutta Italia, mio fratello a Bologna, tutti avrebbero voluto la mia firma sul contratto. Ho scelto Caserta perché avevo bisogno di trovare, prima ancora delle motivazioni e della continuità, me stesso.”

Il #55 bianconero (il 5, purtroppo per lui, a Caserta non è disponibile, ma questo lo sapeva bene) in realtà non ha solo trovato se stesso, ma ha tirato fuori il meglio di sé, quel meglio che ancora non era riuscito a mostrare, pur nella straordinarietà dei numeri collezionati fino ad allora.
Miglior realizzatore del campionato, 21 di media in stagione, saliti a 27.3 in questa serie contro Milano, con il career high di stasera, 32 punti di puro agonismo, di chi non avrebbe mollato la gara per nessuna ragione al mondo.
Primo italiano per assist, secondo miglior rimbalzista tra gli esterni e soprattutto, un’intera stagione vissuta mai sopra le righe. Pacato, deciso, leader di un gruppo che quest’anno ha lanciato il cuore oltre ogni ostacolo incontrato, all’inseguimento di un sogno naufragato solo contro un’Olimpia che probabilmente è per la prima volta all’altezza delle aspettative.

Torniamo in sala stampa. C’è l’applauso, lo sguardo soddisfatto di papà Nando e quello emozionato di un Giannoni immobile accanto al protagonista della serata.

Ho lavorato duro, ma questo l’ho sempre fatto. Ho chiuso i contatti social, mi sono affidato al miglior personal trainer, al miglior dietologo sportivo e al miglior motivatore che conosco. In tutti e tre i casi, mio Padre. 


Ho riacquistato la forma, ho voluto le redini della squadra in mano, e ho promesso i Play-off, tra le risate generali”.
(“Gentile” e “Presuntuoso” è stato l’abbinamento più frequente nelle analisi inquisitorie di CasertaCe, negli sgangherati link di GoldWebTV, e perfino sui più piccoli blog locali, come JuveCaserta Report che in suo onore aveva iniziato la rubrica “Toglietegli il vino”, con tanto di fotomontaggio accanto al redivivo Stefhon Hannah, maestro nelle dichiarazioni avventate in preseason).
Quelle risate presto si sono unite ai cori, alle esultanze, di un popolo che mano a mano ritrovava la passione smarrita, sopita, ed è bastato un leader per farla divampare di nuovo, come dimostrano gli 8000 che in qualche modo hanno invaso il Palamaggiò stasera.
Cercavano non un eroe o un condottiero, né un personaggio della Marvel o un feticcio da adorare. 


Il popolo casertano cercava un uomo, e così il figlio di Nando, scendendo sul parquet che consacrò il padre, si è fatto uomo.

Siamo arrivati dove probabilmente all’inizio solo io credevo, e piano piano ho convinto tutti a credere in quello che per me era chiaro. Perché la vedevo, perché la sentivo. Era la passione per questo sport, che volevo trovare tra Atene e Gerusalemme, tra l’America e Milano, e invece era qui, a 15 km da casa. E di questa rinascita, non vi ringrazierò mai abbastanza”.

Il commiato, un sorriso sereno, che pare sereno per davvero, poi si alza per allontanarsi, tra l’ennesima standing ovation della serata e l’assordante risuonare dei clacson delle auto che all’esterno del Palamaggiò rispondono al richiamo dello speaker di Radio Prima Rete.


In quel frangente però, in ognuno dei presenti e dei radio ascoltatori, cresce forte il pensiero per cui, in realtà, la gratitudine non è per altri se non per lui. Per Alessandro Gentile. 

La nostra gratitudine, quella del popolo bianconero, e quello dell’intera Italia cestistica, che ha riaccolto come una madre paziente, uno dei suoi figli più talentuosi.

Passato da nuovo Gallinari a nuovo Balotelli, condannato all’odio sprezzante riservato a chi spreca il proprio talento, ha trovato la forza per ergersi semplicemente a nuovo Alessandro Gentile, da ragazzo a uomo, sulle orme del Padre.

lunedì 9 gennaio 2017

SI, E' UN FALLIMENTO.


Facciamo un esperimento collettivo, entriamo un attimo nella mente di un bambino che si approccia al minibasket. Piccoli e con quel cazzo di taglio a caschetto che ti fanno le mamme ma che tu odi. Siamo seduti in panchina, ancora una volta in panchina, mentre gli altri si divertono su e giù per il campo. Imbronciato, deluso, guardi la gara e vedi che fanno un sacco di errori, e ti chiedi, una volta tanto, perchè per una volta non potessi esserci tu lì.
Il tuo allenatore ti passa davanti, e ti fai coraggio, gli dici "Coach, posso giocare anche io?".
Tu, quello scarso che anche se si gioca tra amici viene scelto per ultimo ai campetti, chiedi una possibilità. Il coach però ti siede accanto, e ti sbatte in faccia che alla fine tu sei scarso, non era previsto che giocassi, nonostante le buone impressioni negli allenamenti prima, e poi oh, scarsone, quando mai ti hanno fatto giocare gli altri allenatori negli ultimi 25 anni? Sta buono e passa l'acqua ai compagni.

Ecco, è quello che più o meno mi è entrato dentro quando coach Dell'Agnello ha parlato nel post-Avellino.
Non eravamo a numero, quelli come noi, tifosi casertani, Rimini se la vedono solo su Sky o al massimo in estate, per rimorchiare tedesche. Non era il nostro obiettivo, non era previsto fossimo lì, non fa nulla se non ci andiamo.
La morte dell'agonismo, un chiodo sulla bara dello sport, da parte di chi era e resta ancora un esempio di sport e agonismo ai massimi livelli. Non me l'aspettavo per nulla, una dichiarazione uscita male di questo tipo. 

Ora abbiamo giocato a Sassari, si è provato a mettere una pezza comunicativa ri-sventolando il vessillo delle Final8, ma il campo c'ha detto picche e quindi a posteriori forse aveva ragione lui, non eravamo previsti, nè tantomeno invitati, e ce la guardiamo giustamente in TV.

Questo però, che sia chiaro, non è un'opportunità sfuggita o un sogno mancato. Bisogna dare il giusto peso alle parole, e questo è un dannatissimo fallimento. Un fallimento che nonostante una squadra niente male e un paio di scommesse vinte, ancora per un anno ci lascia qui, nel nostro acquitrino di mediocrità alla giornata, sognando il 15esimo posto in classifica come fosse un oro olimpico.
È un dannatissimo fallimento perchè quel posto abbiamo dimostrato non solo di meritarlo, ma di starci alla grande, abbiamo dimostrato che andando oltre il budget e le aspettative, la nostra squadra è stata assemblata bene, con giocatori sottovalutati e altri in cerca di riscatto, che quindi, in barba a chiunque, era seconda in classifica a metà girone d'Andata. Mica cazzi, per dire.
Perchè a volte, con colpe anche dei tifosi eh, il basket lo trasformiamo nel gioco del ca..lcio, in una cosa per ragionieri che fanno conti e spending review, gm da bar che sognano maratone di basketmercato, e così via. Invece no, il basket resta uno sport, il più bello al mondo per chi vi scrive, e qualsiasi cosa, dallo scudetto alla promozione in Serie D, si ottiene sul campo.
Si costruisce e lavora per obiettivi, ma l'unico avente diritto di parola, è il parquet, e solo il parquet decide chi merita cosa e chi lotta per quale risultato.

Noi c'abbiamo creduto davvero, e voi ce l'avevate fatto credere, siamo arrivati al punto in cui solo noi potevamo fallire, e abbiamo fallito. Anche male. Con tutte le attenuanti del ca...so che volete, Czyz malato, Bostic zoppo, Arbitri cornuti, quello che volete. Ma abbiamo fallito male.
E questo non per gettare una croce su Tizio e Caio, ma per dire che qualcosa non va, che queste sconfitte sono più di un allarme, sono una crisi.
E siamo certi che il lavoro non manca, avendo imparato a conoscere l'etica di coach Dell'Agnello, e non hanno certo bisogno dei post su Facebook di "quelli che ne sanno" per trovare soluzioni sul campo, figurarsi quindi delle parole di tre pivelli di un blog ironico. Quello che però vorremmo augurarci è che si ritrovi quella scintilla negli occhi che faceva difendere alla morte contro chiunque lo scorso anno, e al contempo si dia nuova benzina a quel motore offensivo che ha annichilito chiunque nei primi mesi di Campionato di quest'anno.
Insomma Dell'Agnè, tiraci e tirati fuori da questo pantano, e torniamo a far rispettare questi colori al Palamaggiò come in giro per lo Stivale. 

Ciao Rimini quindi, ci vediamo forse per le vacanze, nel frattempo che state là magari noi facciamo una gitarella al lago Patria con tanto di frittata di maccheroni, così mettiamo una pezza al fegato corroso dagli ultimi anni e non c'intossichiamo a guardare quei ragazzini felici e contenti che vanno su e giù per il campo che noi, ancora una volta, non siamo stati in grado di calcare. 

P.S. il pezzo non ha voluto tenere conto di quanto accaduto tra Avellino e Trento, perché se da un lato è meglio così, una qualificazione nonostante tutto avrebbe finito per nascondere i problemi, è anche vero che quando si tratta di incastri di risultati dagli altri campi per la JuveCaserta, i bardi potrebbero declamarne leggende e sventure in tutte le Taverne del continente.

giovedì 22 dicembre 2016

TREDICI, QUATTORDICI E SOPRATTUTTO DICIOTTO

 
Vi racconto, per quanto possibile e dal mio punto di vista, un po’ di quello che è accaduto domenica scorsa. Lo faccio dando i numeri. 

Prima il tredici. 

“Ho portato con me da voi: il calore, l’affetto e un’amicizia che non scorderò mai”. 

Ci sono ricordi che conserviamo dentro di noi per sempre. Per esempio? Questa frase, pronunciata dal Re ai suoi tifosi 13 anni fa, quando il palazzo si è infiammato per l’Oscar Game. Quel giorno speciale del 2003 sul campo di Castel Morrone c’erano alcuni dei suoi più illustri ex compagni: Nando, Vincenzino, Sandro e non solo. C'erano anche avversari di mille battaglie, c’erano i tifosi di sempre e c’erano pure giovani appassionati che per la prima volta sentivano annunciare il suo nome attraverso la voce dello speaker Mercogliano. Forse per questo, per l’emozione e per l’occasione particolare, all’epoca Oscar non se la sentì di sfogarsi e tirare fuori quel camion di rabbia che aveva dentro da 13 anni. Lo ha fatto però 13 anni dopo, senza lasciar spazio alle lacrime, fatta eccezione per gli occhi lucidi che qualcuno ha notato al momento del saluto con Boscia nel tunnel, davanti all’immagine del Cavaliere (il video qui). 

Non tutti si aspettavano questa rabbia, 13 anni dopo l’ultimo incontro. Non ce lo aspettavamo neppure noi dello staff, che domenica mattina abbiamo allestito in tutta tranquillità la postazione per l’intervista da fare prima dell’evento. In tutta tranquillità non proprio: tredici caffè a testa e qualche massaggio cardiaco, perché oh, stava per arrivare il più grande di tutti. Tremarella per tutti, e pure forte. Comunque, il Re arriva. Noi proviamo i microfoni, sistemiamo le reflex. Finiscono le foto di rito, è tutto pronto.

Poi il quattordici. 

Prima di sedersi per l’intervista, Mao santa firma gli ultimi autografi. Tutti con il 14, il numero che indossava in nazionale. Non è un caso per uno come lui: l’appartenenza è tutto, perciò in qualsiasi parte del mondo O Rey lascia un segno del suo Brasile quando firma. Gli facciamo notare che anche sulla t-shirt celebrativa dell’evento OscarIsBack c’è il suo autografo con il 14. “Certo, questo è il mio numero” ci risponde con un ghigno. 

“Prego Re, accomodati”. 
“Chi fa le preguntas?”. 
“Io”. 
“Va bene”. 



Dopo aver accettato, senza molto entusiasmo, che sia io ad intervistarlo, il Re si accomoda sulla poltrona presa in prestito dal presidente Iavazzi. Ma nell’espressione del viso c’è qualcosa di diverso e lo notiamo tutti, subito. Penso: sarà la stanchezza. Quindi, dopo l’intro, procedo con la più banale delle domande d’apertura: come stai? 

Banale, la sua risposta, proprio non lo è. Così in un amen, Oscar torna indietro di quasi trent’anni e comincia a raccontare di quando il presidente Maggiò lo trattenne a Caserta, respingendo l’assalto del Real Madrid, che voleva portare la Mano santa in Spagna con un triennale che avrebbe fruttato al brasiliano gli stessi soldi che all’epoca, sempre al Real, guadagnava Dražen Petrović. Quelle due macchine da guerra, vincenti com’erano, avrebbero conquistato tutto in scioltezza, insieme. Ma il Re rimase nella sua reggia, con un accordo per quattro anni che la Juve, però, non ha rispettato. E questo ha fatto imbestialire il signor Schmidt, e lo fa imbestialire tuttora. 

Dopo la morte del Cavaliere e l’ennesima disfatta della Phonola ai playoff, Oscar venne letteralmente mandato via. Tutto si decise nella cena successiva all’ultima sconfitta stagionale, maturata in casa – indovinate di chi? – della Scavolini Pesaro. Anche in quell’occasione il Re non segnò poco: 37 punti, più di Gentile ed Esposito messi insieme. Ma alla fine, il capro espiatorio divenne lui. “Un complotto dei giocatori”, dice il Re con il fuoco negli occhi. E in più, una clausola contrattuale lo obbligava a lasciare l’Italia, o scendere di categoria. Lui scelse di restare nel Belpaese a cui era tanto legato, al pari della moglie Cristina. Digerendo a fatica – per usare un eufemismo – l’esilio forzato da Pezza delle noci. 

Lo sfogo che Oscar ha avuto davanti alle telecamere – come con noi anche con Paola Ellisse per SkySport, idem con Ettore De Lorenzo per la Rai – gli è servito per mettere in chiaro alcune cose. Ma non per sbollire quella rabbia che porterà ancora dentro. Perché per uno come lui le sconfitte pesano molto più delle vittorie. 

Qualche altro autografo, qualche altro quattordici, e poi di corsa sul parquet. 

Infine il diciotto. 

Lo speaker, sempre lui, l’inimitabile Gennaro Mercogliano, annuncia il suo nome. 

“Eeeee con il numero diciooooottooooo… Oscaaaaaaar”. 

Il Re sfila sul suo parquet, saluta i suoi tifosi, riceve la cittadinanza onoraria e celebra l’ingresso nella hall of fame italiana. Al termine di una partita brutta da vedere, entra nel suo tunnel, torna a visitare il suo palazzo, si trattiene con il suo amico Carlo Giannoni e con il suo coach Boscia Tanjevic. Poi parla ancora in conferenza stampa nella sala Clinic, con i giornalisti casertani. E quando è calato il buio a Castel Morrone, va via, ricco di emozioni. 

Oscar sarà il Re di Caserta fin quando esisterà Caserta. 

Verrà ricordato perché piangeva e faceva canestro, certo, ma anche per la sua capacità di fare canestro e far sorridere. Per i pugni agitati verso la curva, per la canotta numero diciotto ritirata, per la bontà d’animo mostrata anche fuori dal campo, per aver scelto Caserta prima di tutto il resto, anche prima di soldi e trofei. Per la passione verso l’allenamento. Per l’amore dato e per quello messo in circolo nei confronti della pallacanestro, in una città che di pallacanestro dovrebbe poter vivere per l’eternità. 

Oggi ci tocca metabolizzare le sue parole, incassare un pugno nello stomaco e soffrire perché quello scudetto lo abbiamo vinto senza di lui. 

Ma quando un giorno avremo assorbito questa rabbia, noi sorrideremo, come fa lui, consapevoli di essere riusciti a rendere monocromatico il cuore, originariamente colorato solo a tinte verde-oro, dell’uomo che ha segnato più di tutti gli altri cestisti mai esistiti in questo universo. 

Marco Petriccione